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|| Expat - Life || Soffitti di vetro

Qualche tempo fa, a lavoro, è successa una cosa abbastanza triste. Un cliente, noto per essere particolarmente difficile e poco amato dall'intero staff, ha aspettato io andassi poco distante per posare un paio di tazze, prima di rivolgersi alla mia collega chiamandomi "die Ausländerin", ossia la straniera. In quattro anni abbondanti che abito qui, davvero, è stata la prima volta in cui qualcuno non mi ha chiamata per nome ma mi ha additata in quel modo. Pochi giorni dopo è successo una seconda volta: un cliente, evidentemente alticcio, mi ha additata dicendo che fosse lento a capire non per via dell'alcool che aveva trangugiato ma a causa del mio accento.
Questi sono gli unici due casi in cui il mio non essere "autoctona" è stato additato quindi, rispetto a persone di colore o dai lineamenti non caucasici, posso ritenermi privilegiata. Probabilmente è stato a causa del fatto io sia arrivata in un posto che mi ha fatta subito sentire a casa, ma ho comunque passato ore intere a riflettere e a soppesare la portata di quello spiacevole evento.


Mi concedo una premessa: ho un rapporto molto conflittuale con il Paese in cui sono nata.
Da un lato, lo confesso, ne detesto il perbenismo, la buffoneria, l'ignoranza, la corruzione, i mille sotterfugi per sottrarsi alle conseguenze del caso, il rumore spesso assordante di chi non ha nulla di costruttivo da dire. Dall'altro ne amo l'arte, i paesaggi mozzafiato, la poesia forse un po' cafona ma mai faceta, la musica che ha accompagnato la mia adolescenza, il teatro che mi ha fatta emozionare sin da bambina. 
Inizialmente, avevo delle difficoltà a parlare dell'Italia perché mi scontravo con persone che ne conoscevano vizi e stereotipi e, di questi, si facevano beffe. Riappropriarmi di questa parte della mia eredità culturale ha richiesto tempo e lavoro e ho dovuto imparare, con il tempo, a presentare il mio Paese in maniere diverse: un CD di Einaudi, un film sottotitolato, una ricetta della mia infanzia. Presentare un quadro politico oppure un giudizio in merito all'ennesimo fatto di cronaca, infatti, significava spesso scontrarsi con i preconcetti di chi conosce la politica estera perché ne legge su questo o quel giornale, oppure perché ne ha sentito parlare dal cabarettista Taldeitali.
Scontrarmi con l'ignoranza di chi non aveva niente da dire eppure si sentiva in diritto di appellarsi al mio esser nata da un'altra parte, proprio in virtù di questo processo di riappropriazione del mio essere italiana, mi ha urtata in maniere che, onestamente, non mi sarei aspettata. E che mi hanno fatto riflettere su quanto lavoro ci sia ancora da fare ovunque in termini di accoglienza, rispetto e tolleranza. Io, infatti, ho la fortuna enorme di avere un responsabile intelligente a sufficienza da aver apostrofato i suddetti clienti pregandoli di tenere quel genere di considerazioni al di fuori del locale. Credetemi: ci sono colleghe pronte a mettersi letteralmente in mezzo e ridurli a piccoli pezzetti di miseria, persone disposte a farsi avanti quando io non ho la voce per farlo. Ciononostante, la mia è una situazione eccezionale nella sua normalità. 
Nonostante ognuno di noi abbia almeno un qualche profilo su un qualche social-media, infatti, il mondo è pieno di persone senza voce e di gente che non utilizza la propria come, invece, dovrebbe. Invece di indignarsi di fronte all'ennesimo atto di intolleranza, ignoranza, razzismo o quanto altro, infatti, si perdono dietro gattini che giocano e galline che ballano. Insomma, concludo questo post con una richiesta, sperando di avervi fatto riflettere almeno un poco su quanto, ancora, ci sia da lavorare: 
siate la voce di chi non può esprimersi, lottate per chi non può combattere per se stesso, impegnatevi affinché gli altri si sentano al sicuro e realizzati quanto voi. 
Tutto il resto, ve ne prego, lasciamolo agli ignorantoni del caso. ;-)

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