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|| Expat-Life || Di espatrio, famiglie e manciate di polvere

But I know, that home is just some place I always leave behind
It's with me everywhere I go and I close my eyes
And I know someday I'll catch you in the by and by
(Open Door, You+Me)

Ieri sera, dopo settimane passate a sentirne parlare, sono finalmente riuscita a vedere Moonlight. Un piccolo grande capolavoro di cinematografia che mi ha lasciata un po' scossa e un po' commossa. Per farla breve: me lo aspettavo diverso. Mi aspettavo un queer-drama e mi son trovata davanti una storia familiare tragica quanto comune a far da cornice allo sviluppo emotivo e psicologico di un ragazzino al quale sin dall'inizio è stata tolta letteralmente la voce.
Prima ancora di affrontare il tema dell'omosessualità in un contesto sicuramente più difficile di quanto non lo sia la realtà di buona parte dell'Europa Occidentale, è un film che parla di una famiglia che cade a pezzi, di una madre che si aggrappa all'illusione di essere una buona madre - di fare del proprio meglio! - quando in realtà non prova che rancore nei confronti della creatura che ha messo al mondo e gelosia nei confronti di chi se ne prende in realtà cura.
In quella famiglia in pezzi, in quel ragazzino reso muto dalle urla di chi dovrebbe amarlo più di ogni cosa al mondo e dalla becera violenza di chi invece dovrebbe essergli amico ho rivisto tanto di quello che è stato.
Una cosa che spesso non sottolineo è quanto l'espatrio metta a nudo aspetti delle relazioni che ci circondano che a volte dimentichiamo di tenere in considerazione. Espatriare per certi versi significa alzare di colpo il tappeto e vedere cosa c'è sotto: alcune volte il nudo pavimento, altre batuffoli di lanuggine, altre ancora manciate di polvere. Mettere più di 1100 km tra me e la mia famiglia mi ha fatto dissotterrare episodi che credevo di aver rimosso, sentimenti che ho dovuto reprimere ed è stato come dovermi liberare di una corazza che avevo dovuto indossare per sopravvivere. Quello che adesso ne rimane è un essere umano fragile nella propria metaforica nudità, che ha deciso che lasciar andare è l'unica soluzione praticabile, che sta cercando di non aggrapparsi a nulla che non sia lei stessa. Ed è difficile, spesso doloroso e ogni volta ne esco esausta. Ma non mollo.
Qualcuno poco tempo fa mi disse che lasciar andare significa dichiararsi sconfitti, ma prendermi cura di me stessa non è una sconfitta. Dissotterrare anni di rancore, violenza, cattiveria e terrore per liberarmene non significa cedere, significa appropriarmi di una parte di me stessa che mi è stata negata. Significa andare avanti, significa non doversi più girare indietro col terrore di chi o cosa si trova alle mie spalle, significa avercela fatta. Ed in quel momento, nel momento in cui tutto tornerà al proprio posto, mi ricorderò che ne è valsa la pena. Che ogni notte insonne, ogni lacrima, ogni momento di sconforto, ogni attimo di crisi mi ha portata proprio a questo: a ritrovare quelle parti di me stessa che ho perso lungo la strada senza che potessi far nulla per proteggerle. Per proteggermi.

Andrà tutto bene, alla fine. E se non andrà bene, significa che non è ancora giunta la fine.
(traduzione libera di una citazione di Oscar Wilde)


Commenti

  1. Concordo in pieno. L'espatrio è un po' un'operazione di "speleologia" interiore. Io non credo di aver saputo chi fossi prima di espatriare e, tutt'ora, non sono sicura di conoscermi fino in fondo. Proprio vero che la vita è un viaggio che non finisce mai!

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    1. Ciao e ben trovata..! La definizione di espatrio come "speleologia interiore" è, in effetti, azzeccatissima..! Ed è proprio in questi momenti che forse riusciamo a conoscerci un poco di piu'. Non in toto, non alla perfezione ma forse un poco di piu'...insomma: c'è sempre da imparare.! Un abbraccio :)

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