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||LGBTQIA*|| True colors are beautiful like a rainbow (cit.)


Qualche giorno fa Donne che Emigrano all'Estero ha ospitato un mio articolo sul matrimonio egualitario in Germania.
In onore di questa piccola grande vittoria ho deciso di fare un passo indietro e raccontarvi una storia. 

La cosa buffa è che non so bene come sia iniziata, ma so che non è ancora finita. Ricordo che avevo 13 anni e sentivo le mie compagne di classe parlare di amore, di sesso (a ripensarci la mancanza di chiarimenti da parte degli adulti di turno aveva causato una buona serie di frainteindimenti) e di ragazzi come se fosse il fine ultimo del loro essere. Io avevo i miei libri, i miei cartoni giapponesi, il mio cane e la mia famiglia. Avevo addosso la pressione di dover essere la studentessa più brillante mai esistita, di non dover deludere nessuno, di far parte di quel gruppo di persone che faceva parlare di sé solo grazie a una lunga serie di meriti. 
Non avevo tempo per gli amori da liceo, per le prime delusioni, per quei baci dati di nascosto: essere praticamente perfetta sotto ogni aspetto era un lavoraccio. 
A diciassette anni la parola gay mi faceva paura: se da un lato ero pronta a lanciarmi in qualsiasi discussione pronta a difendere a spada tratta il diritto della comunità omo- e bisessuale a sposarsi e avere figli, dall'altra ero terrorizzata dall'idea che qualcuno la associasse a me, che ne parlasse con la mia famiglia, che si lanciasse in commenti degradanti su quanto fossi disgustosa. Qualcuno ora la chiamerebbe omofobia interiorizzata - e probabilmente lo era - ma chi non sarebbe terrorizzato dall'idea di non essere la figura immacolata e perfetta di quella storia bizzarra che chiamiamo vita?
Ci ho messo del tempo a venire a patti con me stessa, è un lavoro che sto ancora facendo - lo dice anche la mia terapeuta: è un viaggio lungo una vita intera -. Ho iniziato una sera al telefono con un'amica, quando avevo questo grumo di dolore e vergogna di cui volevo liberarmi, pur non sapendo come, quando mettere le parole in fila era difficile, quando dare spiegazioni portava solamente ad ulteriori domande ("Ma non avevi un fidanzato?", "Ma sei sicura?", "Ma sei così bellina che è un peccato. Ripensaci"). Avevo 22 anni, ero terrorizzata e mi sentivo più sola che mai, anche se non lo ero.


Ora ne ho 28 e navigo tra etichette, costrutti sociali e sono riuscita a crearmi una piccola nicchia in cui poter essere me stessa ed ho un gruppo di amici e/o familiari con i quali poter essere me stessa al 100% senza pensarci due volte. Utilizzo il termine queer(1) e mi sto avvicinando al concetto di genderfluid, di gender come performance, mi informo, leggo, ascolto, discuto e cerco di imparare quanto più possibile, nella speranza di poter aiutare qualcuno che a 17 anni si sente esattamente come mi sentivo io. Non lo faccio per buonismo, né per necessità di redenzione: lo faccio perché mi piace pensare che se avessi incontrato qualcuno del genere a 17 anni alcune cicatrici me le sarei pure risparmiate. Lo faccio perché mi piace l'idea di essere quel tipo di persona della quale - da ragazzina - avrei avuto bisogno.




(1): il termine queer viene spesso identificato come sinonimo del termine LGBTQIA*. Alcuni esperti tendono ad associarlo solo alla comunità LGBTQIA* americana per non privarlo della connotazione storica - Stonewall, Christopher Street, la figura di Harvey Milk ect - ma in questo caso l'ho utilizzato come sinonimo di non-eteronormato. 

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