|| Expat-life || Tornare è un po' morire

Ieri alle 9:30 sono partita da Milano per tornare a casa, in Germania. Tutti quelli che incontro - e che sono rimasti o non hanno mai avuto intenzione di partire - si dichiarano stupiti del fatto io parli di Germania in termini di casa, e anche la mia famiglia non fa mai eccezione.

In ogni caso, ieri sono tornata a casa dopo un week-end passato con i miei genitori e un paio di amici in Italia. La domanda che, ancora una volta, non sono riuscita a risparmiarmi è stata Perché?

Perché sono tornata pur sapendo che non sarebbe stato tutto rose e fiori, che mi sarei scontrata con i limiti e preconcetti di chi non è ancora venuto a patti col fatto che non mi senta più a casa nel posto in cui sono cresciuta - che, a conti fatti, non mi sia mai sentita a casa -. Perché non sono stata zitta ogni volta che ho visto cose che non dovrebbero stare né in cielo tantomeno in terra (leggasi: abuso di alcool, vita insalubre nonostante problemi di salute, commenti razzisti e xenofobi...). Perché continuo a preoccuparmi e prendermi cura di persone che non mi vedono per quella che sono, che si stupiscono di fronte a scelte che per me sono normali (frugare tra i maglioni da uomo, ad esempio) e mi chiedono "Perché non fai come tutte le persone normali?".

Sono venuta a patti con il fatto la mia normalità e il mio quotidiano non coincidano con quelli di altre persone a me vicine, sono venuta a patti con il fatto le persone cambino in maniere che spesso ci risultano estranee se non incomprensibili ma venire a patti con il fatto di me si ami una persona che non sono, dovermi confrontare con l'implicito rifiuto di persone che dovrebbero amare a prescindere è doloroso. Lacerante. Alienante.

Non possiamo piacere a tutti ma dovremmo perlomeno aver la possibilità di mostrarci per quelli che siamo e non venir perennemente messi di fianco a un'immagine di noi che non corrisponde alla realtà.
Ecco: se c'è una cosa che ho imparato in tre anni e quasi due mesi di espatrio è proprio questo... non tutti ci ameranno per quelli che siamo veramente ma nasconderci o conformarci al loro implicito modello di accettabilità corrisponde solo a partecipare a un gioco sporco in cui nessuno vince e tutti giacciono amareggiati al bancone, con una birra calda in mano e patatine scadenti.

Commenti

  1. "... dovermi confrontare con l'implicito rifiuto di persone che dovrebbero amare a prescindere è doloroso. Lacerante. Alienante."
    Per me è così con la famiglia del mio ragazzo, per loro in cima alle cose importanti della vita, c'è il lavoro. Per me non è così, ma mi sto sbattendo tra due provincie comunque per trovare lavoro e diventare insegnante di lingue per adulti. (quando mi vedono mica mi chiedono come sto...mi chiedono se ho trovato lavoro...) per questo devo anche ringraziare la mia adorabilissima suocera. Non posso mostrare come sono in realtà, ma devo imparare le battute a memoria, per far sì che loro non chiedano ulteriori spiegazioni...come se io dovessi dare spiegazioni sulla mia vita! (con giudizi che arrivano sempre e comunque.)

    LG aus Kärnten

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  2. Uh, das ist doof :/
    Confesso che il tema carriera è argomento sensibile anche dalle parti della mia famiglia e - gioco forza - ho dovuto venire a patti con il fatto che la definizione di carriera e quella di lavoro "che va bene" varino da persona a persona. Io stessa trovo triste il fatto si parli solo di lavoro e lo si veda come un dovere, un obbligo e non una necessità di arricchiarci (prima di tutto a livello umano...!). Sto iniziando a pensare - tra l'altro - si tratti anche e soprattutto di un fatto generazionale, sai?
    In ogni caso pensa alla splendida carriera che ti attende.. questo sarà sicuramente in grado di lasciare suoceri e invidiosi a bocca aperta. (E muta, il che non guasta nemmeno ;-) )
    Un abbraccio!!

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