|| Critiche Letterarie || In memoria di Elie Wiesel e della sua memoria

Prima di ieri sera, l'ultima volta che ho letto il nome "Elie Wiesel" è stato il giorno di Pasqua a Buchenwald. La prima volta che invece mi sono avvicinata all'autore avevo 14 anni, una professoressa di Letteratura Italiana con un taglio à la casco di banane e un libro tra le mani di cui non sapevo nulla. Ecco, l'averci fatto leggere "La lingua salvata" fuori contesto forse non ha aiutato a farcelo apprezzare, a suo tempo...

A più di dieci anni da quel giorno, quando in una giornata grigia e fredda abbiamo dovuto macinare 40 minuti di macchina per comprare quel tomo beige edito Adelphi, la morte di Wiesel mi spaventa.
Di fronte a movimenti nazionalisti che si fanno sempre più pericolosi, mi chiedo che valore sarà dato alla sua memoria e ai suoi racconti, quando non sarà più lui a condividerli. Quanto dovremo ancora andare avanti, prima di renderci conto del pericolo che siamo gli uni per gli altri? Quanta gente deve ancora morire, prima che ci si renda conto che supremazia è semplicemente un sinonimo di morte, dolore, sofferenza?
Ormai siamo costretti a scendere in strada per combattere per un'uguaglianza che passi anche per la tolleranza, siamo obbligati a combattere perché non ci venga tolto il diritto di essere tutti uguali, di chiamarci fratelli. E di fronte alle celeberrime parole di Primo Levi, memore degli insegnamenti di Wiesel, non mi resta altro che il silenzio. E questa pelle d'oca che non se ne vuole andare.

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